A.N.A. Sezione Abruzzi

Campagna di Russia

maggio 29th, 2007  |  Published in Memorie  |  1 Comment

Abbiamo ricevuto e pubblichiamo a cura di Maurilio DI GIANGREGORIO.

La campagna di Russia

Il 15 giugno 1941 il primo ministro degli Esteri tedesco incontrò Ciano a Venezia e gli comunicò l’imminente attacco alla Russia.
I tedeschi non richiedevano la partecipazione dei nostri reparti all’attacco.
Il giorno 22 giugno 1941 i tedeschi attaccavano la Russia. Con tre armate puntavano su Leningrado, Mosca e Kiev. Il fronte aperto era molto ampio e andava dal golfo di Finlandia all’Ucraina. Con le truppe tedesche operavano unità finlandesi, slovacche, ungheresi e romene. Nonostante i tedeschi non avessero richiesto l’aiuto agli italiani fu presa la decisione di inviare un corpo di spedizione in Russia.
I dirigenti fascisti erano convinti che la campagna si sarebbe finita vittoriosamente entro la fine dell’estate. Ciano nel suo diario alla data 21 giugno 1941 parla di otto settimane per sconfiggere l’Annata Rossa.
La ragione dell’intervento va cercata nei rapporti determinatisi all’interno dell’asse dopo gli insuccessi italiani in Africa e in Grecia:
“ una volta fallito il tentativo di crearsi una propria area di rispetto con la realizzazione della guerra parallela, nonostante le persistenti ambizioni imperialistiche che l’Italia continuò a nutrire, il suo ruolo ricadeva pesantemente al livello di semplice riserva della Germania, con tutto ciò che questo sottintendeva; nella situazione dell’Italia si era andata creando paradossalmente una spirale di questa natura: via via che la Germania nazista allargava la sfera della sua espansione, anche l’Italia si sentiva spinta a fare altrettanto, non soltanto per fame di conquiste, ma perché riteneva che soltanto in questo modo, con il pegno di una presenza diretta, essa potesse garantire il riconoscimento dei propri interessi da parte dell’alleanza. In questo comportamento non va visto soltanto il segno dell’arrogante rapacità dell’imperialismo fascista, ma probabilmente anche la consapevolezza inconfessata che la famosa spartizione di sfere d’influenza era una pura invenzione della diplomazia fascista. Non potendo competere con le forze di penetrazione economica e finanziaria praticate largamente dall’imperialismo tedesco, l’Italia mirava alla presenza territoriale, alla conquista militare, anche se questo comportava uno spaventoso dispendio e una totale dispersione delle già deboli forze armate italiane”.
Strategicamente l’invio dei reparti in Russia era un grave errore. Secondo Hitler l’Italia avrebbe dovuto dare l’aiuto decisivo nel versante del Mediterraneo rafforzando le forze in Africa settentrionale.
I nostri responsabili militari, di fronte alle decisioni di Mussolini non osavano proporre altre scelte perché sottomessi psicologicamente.
Secondo il generale Messe, Cavallero era poco convinto dell’invio dell’armata in Russia soprattutto per l’esatta conoscenza che aveva delle gravi condizioni in cui versava il nostro esercito.
Aveva fatto solo qualche timido tentativo per sostenere il suo punto di vista, dimenticando che sulle spalle del Capo di Stato Maggiore generale venivano a pesare gravi e precise responsabilità personali.
La decisione del duce non nasceva da considerazioni strategiche, ma dal convincimento che l’abbondanza di combattenti era l’unica carta che il governo fascista poteva giocare come merce di scambio nei confronti della Germania.
Il duce sosteneva che l’Italia poteva mobilitare più uomini e meno mezzi. La Germania più mezzi che uomini.
La decisione dell’invio del contingente in Russia nasceva dalla logica del “migliaio di morti necessari per sedersi al tavolo della pace”; la stessa logica con la quale era stata decisa la partecipazione al conflitto nel 1940. Solo che questa volta il numero dei morti sarebbe stato enormemente superiore e la disfatta avrebbe finito per travolgere lo stesso regime che l’aveva determinata.
Il primo corpo di spedizione italiano, denominato CSIR (Corpo di Spedizione italiano in Russa) era composto di 62.000 soldati.
Fu inviato al fronte russo all’inizio del mese di luglio 1941 dopo che Mussolini aveva convinto Hitler ad accettare la partecipazione italiana.
Il CSIR era al comando del generale Messe e non comprendeva truppe alpine.
Rapida e fortunata fu l’avanzata delle truppe tedesche, mentre si rilevava nelle truppe italiane l’inadeguatezza dell’armamento rapportato all’ambiente bellico russo.
Si avvertiva l’esigenza nel disporre, nella sterminata steppa russa, d’unità corazzate e fanterie motorizzate, compresi i servizi, e un abbondante armamento contro carri, efficaci contro i mezzi avversari.
Negli organici del CSIR i mezzi corazzati costituivano solo un battaglione di carri di tre tonnellate inadeguati di fronte ai carri russi. Altre deficienze si riscontravano per gli automezzi. Solo una divisione di fanteria poteva essere trasportata e non per intero.
Gli armamenti controcarro erano costituiti dal cannone 47/32 e non aveva la capacità di perforare la corazza del T-34, il carro il carro russo usato per tutta la durata della guerra.
Di fronte alla segnalazione di queste gravi deficienze il governo fascista si preoccupava di aumentare numericamente il contingente per acquistare maggiore credito verso i tedeschi alleati.
All’inizio del 1942 fu inviato in Russia il battaglione alpini sciatori “Monte Cervino” (disciolto dopo la campagna d’Albania e ricostituito ad Aosta sotto l’egida del 4° Reggimento e della scuola militare alpina).
Con promesse visibili Mussolini garantiva l’invio di truppe che non c’erano e rifiutate da Hitler con ironia e sufficienza.
Nell’inverno 1941-42 e nella primavera successiva i tedeschi prima respinsero l’offerta italiana per l’invio di truppe, poi giacché autonomamente non riuscivano a vincere la resistenza sovietica chiesero l’invio di un corpo di spedizione costituito da truppe alpine, con destinazione iniziale Caucaso.
Mussolini in tanto si compiaceva della richiesta di collaborazione e in una lettera a Hitler sottolineava l’aspetto ideologico della guerra.
Il generale Cavallero confermava l’approntamento delle unità richieste, ma ammetteva le deficienze di materiali e d’armamenti con cui esse erano state allestite.
Per la seconda spedizione in Russia, come per la campagna delle Alpi occidentali e di Grecia, s’intrecciavano arroganza di regime e ambizioni con improvvisazioni e leggerezze.
L’armata italiana di Russia (ARMIR) ancora prima di partire era destinata alla disfatta.
Il colonnello Gay, comandante del 3° reggimento d’artiglieria alpina, fu uno dei pochi ufficiali che ebbe il coraggio di denunciare la disastrosa situazione.
Il tenente colonnello Dell’Armi, comandante del battaglione Gemona scrisse a Mussolini: “non è questo il materiale umano da giocare con leggerezza in avventure”.
Comandante dell’ARMIR fu designato il generale Italo Gariboldi. Vi facevano parte 200.000 uomini di cui 57.000 appartenenti al corpo d’armata alpino.
Costituivano il corpo di armata alpino le divisioni Tridentina, Julia e Cuneense per un totale di diciotto battaglioni ( Morbegno, Tirano, Edolo, Vestone, Verona, Val Chiese, Tolmezzo, Genova, Cividale, Vicenza, L’Aquila, Val Cismon, Ceva, Pieve di Teco, Mondovì, Borgo San Dalmazzo, Dronero, Saluzzo), nove gruppi di artiglieria alpina (Bergamo, Vicenza, Val Camonica, Conegliano, Udine, Val Piave, Pinerolo, Mondovì, Val Po) e tre battaglioni misti genio.
Inizialmente la destinazione delle truppe alpine era il Caucaso. All’arrivo in Russia, in zona d’operazioni di guerra, dopo un lungo ed estenuante viaggio in treno giunse il contrordine del comando supremo che destinava gli alpini al fronte del Don. Si dovette invertire la marcia e trasferimento a piedi a tappe per percorrere i 300 km che li separava dal Don. Qui arrivarono la prima settimana di settembre passando dalle dipendenze tedesche a quelle dell’VIII armata italiana.
L’ambiente operativo del Don aveva caratteristiche tutte diverse da quelle in cui gli alpini erano addestrati ad operare.
La pianura ucraina era vasta, uniforme e senza rilievi montuosi. Era attraversata da numerosi corsi d’acqua caratterizzate da brevi piene primaverili e lunghi periodi di gelo durante il quale l’acqua gelava e l’elevato spessore del ghiaccio consentiva il transito agevole ai mezzi pesanti a motore annullando così l’ostacolo naturale.
L’escursione termica era elevatissima: d’estate la temperatura raggiungeva i 40°C e durante l’inverno sempre -2°C -4°C. Famoso era il “gelo siderale russo” che provocava gravissimi inconvenienti a uomini e mezzi.
Il corpo d’armata alpino disponeva di 4.800 muli e 1.600 automezzi, largamente insufficienti anche in spazzi operativi più ristretti non era dotato di armamento anticarro. L’artiglieria contraerea era inesistente. I mezzi di trasmissione, utilizzati per l’impiego in alta montagna, avevano una potenza limitata e non consentiva il collegamento a grandi distanze.
Le armi individuali erano: fucile modello 91 e fucile mitragliatore Breda 30, che ai primi freddi diventava inutilizzabile perché solidificava l’olio della scatola serbatoio (non era previsti l’uso dell’olio anti gelo).
Il vestiario mancava di cappotti con pelliccia e la divisa grigio-verde era fatta di lana autarchica. Gli scarponcelli chiodati diventavano pattini quando tra i chiodi si formava il ghiaccio.
Era sfornito di spazzaneve, di mezzi cingolati, di slitte, di lubrificanti anti gelo.
In poche parole l’equipaggiamento era quasi uguale a quello distribuito alle truppe che parteciparono alla campagna d’Africa Orientale e lo stesso che aveva provocato nel mese di giugno del 1940 duemila congelati in 10 giorni sulle Alpi piemontesi.
Oliva scrive:
“La destinazione del corpo d’armata alpino al Don non nasceva da un piano strategico e organico, ma dall’emergenza determinatasi su tutto il fronte russo nell’estate-autunno 1942 e accentuatasi nell’inverno successivo fino alla rotta dei reparti invasori nel dicembre-gennaio: partiti per un’azione offensiva nel Caucaso, gli alpini furono dirottati sul Don appena in tempo per essere schierati in linea, venire accerchiati dall’avanzata dell’armata Rossa ed essere costretti ad una ritirata epica e tragica nella quale cedettero oltre i due terzi degli uomini.
Quando strategico generale la guerra contro l’URSS venne iniziata dalla Germania «nell’orgogliosa certezza di indurre alla capitolazione i sovietici nel giro di una breve campagna estiva: in linee più ampie si doveva ripetere il corso fulmineo delle fortunate campagne di Polonia e di Francia. E’ veramente da meravigliare che i comandi militari e il governo della Germania non abbiano tenuto conto delle immense possibilità di mobilitazione della Russia, né abbiano giustamente valutato le difficoltà di una rapida avanzata in un paese con scarsissime comunicazioni e con un clima infernale e la notissima tenacia del soldato russo, specialmente quando difende il suo paese». Da qui il primo errore strategico di impiegare i tre gruppi d’armata in direzioni eccentriche (Leningrado, Mosca, Kiev, Rostov), in modo che col progredire dell’avanzata «le forze dei tre gruppi possono sempre meno appoggiarsi reciprocamente».
Clausewitz, che ben conosceva la Russia, affermava esplicitamente che «l’impero russo non è un paese che si possa conquistare materialmente e cioè che possa essere interamente occupato. Ciò non è possibile agli stati di nessuno degli Stati d’Europa. Un paese di tale natura non può essere domato che per effetto della propria debolezza, e cioè di dissidi interni». I primi mesi di operazioni avevano dimostrato che le risorse dei russi erano notevoli e lo stesso Hitler, in una lettera a Mussolini del 30 giugno 1941, aveva scritto: «sono otto giorni che una brigata corazzata dopo l’altra viene attaccata, battuta e distrutta, e nonostante ciò non si è rimarcata alcuna diminuzione nel loro numero e nella loro aggressività ».
A loro volta, i comandi militari tedeschi annotavano: «i carri armati russi si presentano come delle muraglie a ondate successive. Non finiscono mai. Ogni nostro proiettile colpisce nel segno. Dieci, venti, trenta colpi; si arrestano, sbandano e si rovesciano, ma nella nuvola di fumo provocata dagli incendi ecco apparire degli altri, e altri ancora».
La dispersione delle forze tedesche e la resistenza sovietica (con la tipica difesa in profondità, già sperimentata all’epoca dalla campagna napoleonica, che costringe l’attaccante in mezzo ad un paese ostile, senza possibilità di rifornimenti impedirono di raggiungere gli obiettivi prefissati: né Leningrado né Mosca furono raggiunte, mentre Rostov, occupata per un momento, fu subito perduta; «nell’ottobre 1941 l’esercito d’attacco era letteralmente disperso sopra un fronte sterminato, dal Mar Baltico al Mar Nero».
L’epilogo
La sfortunata campagna di Russia è stata una delle pagine più tragiche delle nostre forze armate.
La sconfitta in Russia fu la sconfitta del regime fascista, della sua gestione della politica estera e militare, dei gerarchi e degli ufficiali superiori, a tutti i livelli; furono tutti complici del duce.
Scrive Bedeschi: “Il male non è soltanto di chi lo fa, è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce”.
“Ai montanari inquadrati nelle divisioni alpine restava l’orgoglio di un’altra pagina di storia scritta col proprio sangue, ma soprattutto la tragedia delle migliaia di «gavette di ghiaccio» sotterrate per sempre nella steppa”.
La sera dell’8 febbraio 1943, la radio sovietica trasmise il bollettino di guerra del comando supremo. Era un bollettino di vittoria, perché annunciava al popolo russo la resa tedesca di Stalingrado, la ritirata del Don e la sconfitta delle armate dell’Asse lungo tutto il fronte. Dichiarava conclusa la campagna invernale con l’annientamento totale della 6a armata tedesca, italiana, ungherese e romena.
Nel diffondere i vari episodi di guerra, l’annunciatore pronunciò la seguente frase:
«Solo il Corpo alpino italiano deve ritenersi imbattuto in terra di Russia».
Le perdite del Corpo d’Armata alpino, erano state, in solo due settimane:
11.800 uomini della Tridentina, 12.360 della Julia, 16.650 della Cuneense, 3.780 del comando e dei servizi, oltre a 3.000 fanti del Vicenza.
Di 60.000 alpini partiti dall’Italia, ne tornarono solo 12.000.
Degli 11 comandanti di reggimento, otto non tornarono.
Dei sei generali dell’ARMIR, uno (Martinat) morì combattendo, tre furono fatti prigionieri ( Ricagno, Battisti, Pascolini) e due (Nasci e Reverberi) riuscirono a guidare i loro uomini fuori dalla sacca di Ivanowka.
Dell’intero Battaglione Alpini “L’Aquila”, partito da Gorizia per la Russia i giorni 16 e 17 agosto 1942, ne fecero rientro il 25 febbraio 1943 a Bolzano solo 163 alpini e sottufficiali , tre ufficiali: i tenenti Prisco, Vitalesta e Fossati.

Capitolo tratto dal libro in corso di stampa:
Prof. Ing. Maurilio Di Giangregorio
Gli alpini di Castel di Ieri e gli alpini abruzzesi nel ricordo del
Sottotenente Giuseppe Prisco
Gruppo Alpini ANA “Medaglia d’Oro Gino Campomizzi”
Castel di Ieri AQ.

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One Comment

  1. eusebio verticchio ha detto:

    Quanta sofferenza,dolore ,morte .Carissimo Maurilio a volte sento quanto dolore quanta solitudine e tristezza, per chi a casa con dolorosa speranza attendeva il ritorno del proprio caro. Sento ancora l’odore della morte per chi come me e’ stato in Bosnia. Un caro affettuoso saluto. Eusebioverticchio68

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